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Monday, August 19, 2019

A Muddy Trench: A Sniper's Bullet - Hamish Mann Black Watch Officer Poet 1896-1917 di Jacquie Buttriss

Lo scorso anno (2018) è coinciso con il centenario della fine della Grande Guerra, un conflitto distante da tutto ciò che oggi è l'Europa e il mondo, ma che ancora oggi proietta i suoi effetti su tutte le famiglie che persero qualcuno in quell'immane tragedia. Pochi conflitti sono stati così totali, difficilmente si può trovare nei paesi che composero la Triplice Intesa (Francia, Gran Bretagna, Russia) o che si aggiunsero poi (Italia) , oppure in quelli degli Imperi Centrali (Impero Tedesco, Impero Austo Ungarico, Impero Ottomano) qualcuno che non partecipò a quella guerra e così oggi molte famiglie hanno in casa dei ricordi, delle medaglie, degli oggetti o lettere di un parente o più parenti che combatterono nella Grande Guerra. E' così anche per me che ho avuto un nonno e uno zio (purtroppo morto in combattimento sull'Isonzo), ed è così anche per la famiglia di Robert e Rosemary Stewart, che tempo fa trovarono nella loro soffitta un baule pieno di scritti e fotografie del loro prozio Alexander James "Hamish" Mann. La storia di questo giovane è così emersa grazie anche al talento della scrittrice del libro Jacquie Buttriss, che ha riscoperto una figura giovane ma piena di talento nei suoi scritti sia antecedenti la guerra sia al fronte. Questo giovane scozzese di Edinburgo, allo scoppio della guerra non potè rendersi volontario per un problema di salute molto grave, e questo però non lo scoraggiò nel suo contributo e nel suo volontariato in un ospedale militare. Nello stesso tempo il grande talento di Hamish Mann era la scrittura, di poesie, di storie ed il teatro, ambiti in cui eccelleva. Nel 1916, Hamish riesce ad arruolarsi e con la sua cultura ottiene il grado di sottotenente, essendo assegnato all'8° Battaglione del Reggimento Black Watch scozzese, una delle unità facenti parte della 9a Divisione. La sua entrata in linea fu nei mesi conclusivi della battaglia della Somme, e morì nell'offensiva della primavera del 1917 ad Arras. Tuttavia il lascito di questo giovane uomo è enorme, in quanto poeta ed in quanto essere umano dotato di una sensibilità maggiore di molti suoi coetanei. Questo viene riflesso nei suoi scritti, che in gran parte vengono riportati nel libro. Le sue poesie, i suoi racconti sulle piccole idiosincrasie della vita militare, le sue riflessioni ed in generale l'amore per la vita, per ciò che stava facendo in guerra e per i suoi soldati fanno trasparire un grande animo, che avrebbe potuto dare tanto all'arte ed al mondo. Leggere quei suoi scritti lo fa sentire più vicino a tutti noi che oggi riscopriamo, anche casualmente grazie al ritrovamento di quel baule, una persona di grande sensibilità o, come amava definirsi, un patriota anche se non un soldato. Mann infatti non si sentiva tagliato per i regolamenti o la severità della vita militare, ma questo non vuol dire che non fosse, come dimostrato poi con il suo sacrificio, un ottimo soldato. Era un artista prima di tutto, ed un essere umano che ci fa pensare a quanti Hamish Mann si persero in quella guerra tremenda, un pensiero che non può che essere accompagnato da una nota di grande rammarico. 
Un grazie di cuore a Pen&Sword per avermi fornito il libro per la recensione.

Titolo: A Muddy Trench: A Sniper's Bullet - Hamish Mann Black Watch Officer Poet 1896-1917 
Autore: Jacquie Buttriss
Pagine: 226

















Thursday, August 15, 2019

The Yellowlegs - The History of the United States Cavalry di Richard Wormser

Se qualcuno della nostra generazione pensa alle forze armate statunitensi la prima cosa che ci viene in mente è sicuramente un GI che sbarca in Normandia, o forse un Marine che sbarca su un atollo del Pacifico, ma sono sicuro che se lo chiediamo a qualcuno di una generazione precedente, l'immagine che rappresenta al meglio le forze armate statunitensi è un cavalleggero all'inseguimento di un gruppo di indiani. John Ford ha contribuito con i suoi bellissimi film a rendere iconica quella cavalleria, spesso molto poco marziale nel suo abbigliamento, e con questo libro, un classico del 1966, scritto da Richard Wormser e oggi ripubblicato da Frontline Books, ripercorriamo tutta la sua storia. Va detto che la storia narrata nel libro è storia della cavalleria americana e come tale non elenca la sua trasformazione (come tutte le forze di cavalleria nel 20° secolo) in forza meccanizzata e altamente mobile. La narrazione pone come fine delle operazioni di cavalleria la "Caccia a Pancho Villa" terminata nel 1917. Attraverso 29 capitoli, il nostro viaggio nella conoscenza di questo iconico corpo ci porta dalla guerra di Indipendenza Americana e "Lighthorse" Harry Lee (padre del grande Generale Robert E. Lee della Confederazione) fino alla guerra contro il Messico e poi il grande banco di prova della Guerra di Secessione (1861-1865) in cui si affermarono personalità quali J.E.B. Stuart e George Armstrong Custer. Ovviamente l'utilizzo della cavalleria fu estremamente importante per l'espansione verso ovest della nazione statunitense, con i frequenti scontri con le tribù di indiani che si distinguevano anch'esse per la grande esperienza nella guerra a cavallo. Si può tranquillamente affermare che l'espansione dei coloni verso ovest non avrebbe mai potuto essere realizzata senza la presenza di forti e reggimenti di cavalleria, viste le grandissime distanze di quegli spazi incontaminati. Interessante è a mio avviso il capitolo 28 in cui si narrano le imprese dei Buffalo Soldiers , i due reggimenti (9° e 10° Cavalleria) formati da soldati di colore e definiti così ("Buffalo") dagli indiani che li affrontavano. Il titolo "Yellowlegs" prende ovviamente spunto dal colore dell'arma della Cavalleria statunitense, che è appunto il giallo, colore che appare sui pantaloni in forma di striscia e quindi da qui "Yellowlegs". Il testo scritto da Wormser più di 50 anni fa è anche oggi un testo di riferimento da cui partire se si vuole conoscere bene la storia di quei "Soldati a cavallo" che John Ford ci ha fatto ammirare in tanti dei suoi film.
Un grazie di cuore a Frontline Books e Pen&Sword Books per avermi fornito il libro per la recensione.

Titolo: Yellowlegs - The Story of the United States Cavalry
Autore: Richard Wormser
Pagine: 445
Link: https://www.pen-and-sword.co.uk/The-Yellowlegs-Hardback/p/15911













Tuesday, August 13, 2019

No Mercy from the Japanese - A survivor's account of the Burma Railway and the Hellships 1942-1945 di John Wyatt con Cecil Lowry

Negli ultimi anni è stata spessa trattata da memorie, libri di saggistica e film l'esperienza dei soldati alleati e sopratutto britannici che combatterono contro i giapponesi. Libri come "The Railway Man" o "The Forgotten Highlander" raccontano bene questa esperienza (dal primo è stato tratto anche un bel film con Colin Firth) ed è solo un bene che venga ricordato questo piccolo olocausto patito dai prigionieri di guerra alleati lungo la ferrovia della morte che collegava la Tailandia alla Birmania (di cui si parlava anche nel bellissimo classico "Il Ponte sul fiume Kwai" di David Lean). Nonostante tanti libri quel tema è ancora trattato spesso secondariamente, eppure quel teatro di guerra ha prodotto libri di assoluto valore sia dal punto di vista della memorialistica ("Quartered safe out here" di George MacDonald Fraser è forse il libro di memorie di guerra più bello mai scritto, con il famoso autore di Flashman che militava nella 14a Armata, l' "Armata Dimenticata")  sia da quello della saggistica militare ("Defeat Into Victory" scritto dal Feldmaresciallo Slim , comandante di quella 14a Armata) . Proprio per questo mi sono gettato a capofitto nella lettura di questo bellissimo libro di memorie, scritto da John Wyatt con l'ausilio di Cecil Lowry. John Wyatt era un coscritto del reggimento East Surrey che si trovò a cercare di fermare l'avanzata giapponese lungo la penisola birmana verso la fine del 1941 e inizio 1942. Impresa come sappiamo vana. E poi quel  reggimento contribuì alla inefficace difesa della fortezza di Singapore con la peggiore sconfitta dell'Esercito Britannico in oriente. Il racconto di Wyatt, fervente cattolico, degli orrori della ferrovia della morte e poi del trasporto in Giappone su due navi che erano degli incubi galleggianti è un racconto di grandissima tempra morale oltre che fisica. E' difficile non immedesimarsi nelle sue sofferenze ed è ancora oggi difficile comprendere la brutalità dei giapponesi, che si sfogarono oltre che nei campi di prigionia proprio alla conquista di Singapore, nel massacro dell'Alexandra Hospital, in cui Wyatt si trovava ferito, scampandone miracolosamente. La sua storia, fatta di resilienza e sopportazione è anche una storia fortunata poichè gli East Surreys soffrirono nei combattimenti e nella prigionia perdite enormi, con pochissimi sopravvissuti, tra cui Wyatt.  Non possiamo non sentirci vicini alla sua gioia al termine della guerra, quando vide nel porto di Yokosuka le navi americane che portavano i prigionieri in un lungo viaggio verso oriente e verso casa. Ho letto questo libro in due giorni, sentendomi vicino allo scrittore, deceduto nel 2009, pochi mesi dopo la pubblicazione del libro, mi sono sentito vicino a lui e alle sue esperienze e sono grato che Cecil Lowry, anch'egli figlio di un regolare del reggimento East Surrey che combattè in quei luoghi e fu prigioniero e schiavo su quella ferrovia, abbia portato alla luce questa storia colma di speranza e di amore per la vita.

Un grazie di cuore a Pen&Sword Books per avermi fornito il libro per la recensione.

Titolo: No Mercy from the Japanese - A survivor's account of the Burma Railway and the Hellships 1942-1945
Autore: John Wyatt con Cecil Lowry
Pagine: 160
Link: https://www.pen-and-sword.co.uk/No-Mercy-from-the-Japanese-Paperback/p/15791












Sunday, August 11, 2019

Prague Spring 1968 - Warsaw Pact Invasion di Phil Carradice

Praga è una città magica che visitai nel 1998, a 30 anni esatti da quello che fu un evento seminale per la sua storia e per la storia della Guerra Fredda: la Primavera di Praga. In questo libro, edito da Pen&Sword Books per la serie Cold War 1945-1991 e scritto da Phil Carradice, ripercorriamo gli eventi che portarono a quella stagione di speranza e sofferenze per gli abitanti della Cecoslovacchia.
Persone che avevano subito pesantemente la dominazione nazista e poi in seguito erano finite nell'orbita del comunismo più retrogrado, i cecoslovacchi grazie all'opera di un nuovo segretario generale del Partito Comunista Cecoslovacco, Alexander Dubcek, agli inizi del 1968 si aprivano a tutta una serie di conquiste che a noi sembrano oggi poca cosa ma che all'epoca rappresentavano una boccata di ossigeno. Una serie di riforme che liberavano la stampa e i costumi facendo affluire turisti ed aprendo le frontiere anche verso occidente, avevano portato quel vento di novità, di controcultura che mirava a "umanizzare" il comunismo di oltre cortina. Dubcek, era un comunista fervente, ma credeva anche che si potessero attuare delle riforme per cercare maggior democrazia e meno controllo paranoico da parte del partito e delle forze dello stato. Per un certo periodo tutto questo funzionò, ma in seguito, iniziarono le rimostranze di quello che era il convitato di pietra di ogni paese del blocco socialista: l'URSS. Tutta una serie di rassicurazioni e incontri non sortirono l'effetto di rassicurare il Politburo capeggiato da Brezhnev, e il 20 agosto del 1968 i carri armati di URSS e altri paesi del Patto di Varsavia invasero la Cecoslovacchia arrivando a tenere in ostaggio il governo che  fu trasferito, Dubcek in testa,dapprima in Ucraina e poi direttamente a Mosca. Pian piano, la sensazione fu quella che Dubcek si era fidato delle rassicurazioni dell'URSS non presagendo affatto che si sarebbe arrivati a un'invasione, ma poi lo stesso segretario del partito comunista cecoslovacco si ritrovò come un vaso di coccio schiacciato tra le forze del blocco comunista, che volevano far tornare il paese quello che era prima delle riforme, per evitare di incoraggiare ulteriori novità nei paesi socialisti, e l'opinione pubblica che assaggiata la libertà ora ne voleva sempre di più. Il racconto della Primavera di Praga è appunto principalmente il racconto di una figura tragica come quella di Dubcek, che non vuole rinunciare alle sue riforme ma che allo stesso tempo, per evitare minacce peggiori all'incolumità dei cittadini del suo paese, si vede tacciato come traditore di ciò che egli stesso aveva fatto iniziare. Sullo sfondo si muove il milieu culturale e vitale di quell'epoca con lo scrittore Vaclav Havel (che poi diventerà presidente dopo la caduta del blocco sovietico) e la tragedia dello studente Jan Pallach che si diede fuoco per protesta contro l'occupazione sovietica. Sembra così lontano quel periodo, abituati come siamo a vedere in Praga una delle città più libere e piene di vita dei nostri giorni, e sapere che invece era un tempo, in quel tempo prima del 1968, il paese più retrogrado del blocco socialista. E che dopo quella splendida stagione ha vissuto ancora per 20 anni sotto il giogo della polizia segreta e della censura. Il libro ci racconta tutto questo, per questa ottima serie della P&S chiamata "Cold War 1945-1991" che racconta eventi importanti della Guerra Fredda. Questo evento, la Primavera di Praga, e quello che ne seguì si può riassumere semplicemente con una divertente e disincantata battuta riportata nel libro: "Che differenza c'è tra Dubcek e Gorbachev? ...20 anni". Un ottimo libro che va letto per comprendere un evento che ha portato, anche se poi il cammino fu lungo, a quella che è poi stata la  caduta e il fallimento dell'ideologia comunista.

Un grazie di cuore a Pen&Sword per avermi fornito il libro per la recensione.

Titolo: Prague Spring 1968 - Warsaw Pact Invasion
Autore: Phil Carradice
Pagine: 128
Link: https://www.pen-and-sword.co.uk/Prague-Spring-Paperback/p/16423